A.S.C.E. – Associazione Sarda Contro l’Emarginazione

Il peggior peccato contro i nostri simili non è l’odio, ma l’indifferenza: questa è l’essenza della disumanità.(G.B.Shaw)

“Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”
(Art. 1 Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo)

CARTA D’INTENTI

L’A.S.C.E. viene fondata nel 1988 allo scopo di combattere ogni fenomeno e causa di emarginazione e discriminazione sociale.
La base filosofica su cui poggia le sue attività è la stessa degli inizi.
Riportiamo estratti del testo approvato nell’Assemblea generale dei soci del 24 novembre 1990 il quale risulta essere, per noi e crediamo per l’intero Movimento, ancora di straordinaria attualità.
Al termine evidenziamo la lettera che, in quell’occasione, ci inviò Elisa Nivola, pedagogista dell’Università di Cagliari e maestra di vita,  che ricordiamo, a due anni dalla scomparsa, per la rara sensibilità verso la condizione degli ultimi.

Il nostro impegno sociale è nato e intende svilupparsi, come parte del più vasto movimento democratico del paese, sui temi dei diritti civili, della pace, della salvaguardia della natura e dell’ambiente, contro tutte le discriminazioni socioeconomiche che tracciano la linea di demarcazione tra libertà e costrizione.
Non estranei, quindi, ma fortemente interessati, anzi schierati con quelle forze che, pur operando prioritariamente in campi diversi dal nostro, sono come noi sostenitrici di una più generale domanda di giustizia, di solidarietà e democrazia.
Noi abbiamo scelto di agire nel campo dei diritti civili contro ogni forma e causa di emarginazione e discriminazione sociale, per i diritti e la solidarietà.
Abbiamo scelto, come terreno d’azione, non uno solo degli ambiti in cui si manifesta la discriminazione ma l’intero campo perché, volendo andare a fondo alle questioni, riconosciamo cause storiche, economiche e culturali comuni ai diversi fenomeni di disagio sociale.
Questo è forse il primo carattere dell’Asce ed è il primo atteggiamento che proponiamo alle altre forze che parlano di solidarietà, contro l’ottica della separazione degli interventi, contro quella sorta di neocorporativismo che vede in Italia migliaia di associazioni, gruppi e comitati distinti ciascuno a curare il proprio ambito particolare ma spesso incapaci di collegare la propria azione al panorama più vasto delle contraddizioni sociali, degli effetti diversi di cause comuni.

Un secondo fondamentale carattere che vogliamo dare al nostro lavoro riguarda la globalità dell’intervento. Non possiamo accontentarci di formulare la nostra protesta verso le inique condizioni di vita in cui molti (e comunque sempre troppi) sono costretti, senza far sentire anche in via diretta i frutti di una fattiva solidarietà, senza esercitare cioè un’opera di mutuo soccorso, necessaria e utile, fra l’altro, anche per dimostrare che l’impegno, nonostante tutto, produce risultati positivi.
Non in via sostitutiva, però, delle istituzioni preposte ma piuttosto come ulteriore momento e, con le cose realizzate, come ulteriore strumento di pressione sugli enti deputati per legge a soddisfare i bisogni denunciati.
Possiamo ancora meno accontentarci di una generica azione di solidarietà o anche di assistenza e soccorso, al di fuori di un’azione di contestazione del sistema produttore e difensore della discriminazione e del disagio.
Siamo orientati ad impegnarci in una azione non solo di contestazione e non solo di volontariato, per come esso viene comunemente inteso. Esprimiamo infatti tutte le nostre riserve verso quel volontariato che si manifesta esclusivamente per mezzo di azioni di assistenza unidirezionali che ripropongono il caritatevole rapporto non paritario assistente-assistito, che ci appare fortemente limitato come durata dell’effetto e addirittura negativo per la sua funzione politica di rendere più sopportabile lo stato di disagio e quindi più accettabili le condizioni e le regole sociali che lo determinano.
Noi vogliamo fare la nostra parte nel volontariato. Ma come ci si può accontentare di trasportare feriti e assistere malati senza denunciare lo sfascio della sanità? Come ci si può accontentare di soccorrere gli handicappati tacendo sul fatto che le città sono costruite con criteri architettonici che impediscono la libera fruizione di qualunque spazio da parte dei disabili o meno dotati, che peraltro mortifichiamo rendendo sempre indispensabile il soccorso di altri?
A tutti quelli, e sono tantissimi, impegnati nel volontariato e nell’associazionismo di base, noi proponiamo un’azione più vasta, di contestazione delle iniquità di un sistema sociale basato sulla competizione, dove è importante vincere ad ogni costo, dove persino lo sport, quello che conta sui giornali e le televisioni, è diventato un gioco al massacro, un formidabile, ripugnante esempio di come gli affari e con essi ogni forma di violenza siano troppo spesso prevalenti.
E’ importante per noi ricordare che tanta e tale competitività che lascia indietro chi non ha adeguati strumenti economici, culturali o fisici; l’arrivismo che ci porta a dedicare sempre più tempo ad accumulare denaro e con essi prestigio e potere e sempre meno ai bisogni di socialità; la civiltà dei consumi che costruisce e distrugge con facilità oggetti utili e inutili; la civiltà e la cultura del capitalismo sono all’origine di discriminazioni, isolamento, emarginazione.
Il fatto che un paese viene considerato civile dalla quantità di energia che consuma e spreca, o dal volume di rifiuti che produce, la dice lunga sul perverso meccanismo economico (e culturale) nel quale siamo imbrigliati; ci apre gli occhi sul tunnel nel quale siamo entrati e dal quale sarà difficile uscire senza una svolta radicale.

Il superamento del settorialismo e degli interventi parziali ci permetterà di trovare un metodo di analisi della realtà che, evitando pregiudizio e sentimentalismo, si colmi invece di rigore logico e scientifico e non meno di rigore morale, senza i quali questa svolta radicale non è realizzabile, perchè ci tengono fermi dentro un solidarismo di tipo istintivo, per simpatia o carità.
Questo processo non è impossibile, se non si ha la testa troppo infarcita di pregiudizio o si sia tanto egoisti da non accettare, nemmeno in via teorica, la riflessione sui propri privilegi.
Chi oserebbe asserire moralmente accettabile che un essere umano quando viene al mondo non abbia gli stessi diritti degli altri per ragioni di sesso, colore della pelle, etnia o luogo di nascita?
Eppure è ciò che avviene troppo spesso e quella che viene definita solidarietà è solo compassione!

Il volontariato è, comunque, un grande fenomeno sociale col quale è importante dialogare, evitando la presunzione e la superbia di chi, troppo spesso, dalla sua ha soltanto parole.
Esso costituisce un grande movimento che appare già profondamente radicato nella società italiana che mostra tante diverse facce a volte anche in palese contraddizione tra di loro, ma che in ogni caso conferma una rinnovata e positiva tendenza all’aggregazione sociale e alla fattiva solidarietà.
Crediamo che esso risponda innanzitutto al bisogno di comunicazione; al bisogno di tanti che non trovano spazio nei canali istituzionali, che si sentono mortificati dai centri di potere. Vi è quindi in esso una persistente domanda di protagonismo e di partecipazione.
Non è un caso che l’affermazione del volontariato di questi anni sia avvenuta mentre cresceva la crisi di militanza politica e di rappresentatività dei partiti. Nel volontariato ci sembra di riconoscere un elemento di democrazia da difendere e da potenziare. Resta fondamentale, però, che esso si liberi della mentalità pietistica per una pratica di solidarietà, diretta o indiretta, come compartecipazione e come condivisione.
Per quanto ci riguarda, quindi, riteniamo utile ridefinire in modo formale la nostra metodologia d’intervento e i fini ultimi della nostra azione.

Se il fine è il superamento di ogni tipo di emarginazione e di discriminazione, allora, non appare sufficiente la creazione di una rete di solidarietà fattiva e operante che pure consideriamo fondamentale.
Il superamento di questi fenomeni, come fine, ci impone di agire per il superamento della cause che li hanno prodotti, delle indifferenze e degli opportunismi, ci impone, in altri termini, di entrare con forza critica e propositiva nella sfera politica.
C’è continuamente al nostro interno un confronto che insistiamo nel proporre anche all’esterno, su quanto deve essere destinato alla solidarietà diretta e quanto all’attività rivendicativo-contestativa.
Piuttosto che una definita proporzione fra l’una e l’altra è importante la continuità e la consequenzialità fra le due cose
E’ bene, quindi, mantenere il confronto, il lavoro comune, costruire luoghi di incontro, di solidarietà e di pratica sociale, nella ricerca di una società più giusta per tutti.

Ma qual è infine il nostro concetto di solidarietà?
In senso morale non meno che in senso giuridico, essa è un vincolo di interpendenza il quale, se riconosciuto, non può che stabilire l’esistenza di diritti.
Ci sono diritti fondamentali della persona in quanto tale, sanciti da numerosi accordi internazionali e leggi interne, a partire dalla Costituzione italiana, che però vengono disattesi e calpestati.
Quando questi diritti vengono negati, la solidarietà diviene allora un atto di riparazione.
L’Associazione che abbiamo promosso la sentiamo cosa nostra, ma non solo nostra: se i problemi sono di tutti, tanto più lo devono essere gli strumenti per combatterli e risolverli. Quindi, la discussione è aperta a tutti i contributi, la cultura della solidarietà riguarda tutti, tutti devono contribuire a farla crescere.
Riteniamo che la solidarietà, corrispondendo ad un riconoscimento di diritti, primo fra tutti quello alle pari opportunità, non può che essere animata da un desiderio profondo e convinto di uguaglianza, in un mondo libero e in pace, dove ciascuno, uomo o donna, bianco o nero, sano o malato, giovane o anziano, abbia dall’organizzazione sociale la tutela che si deve garantire alla persona, dove le risorse oggi concentrate in poche mani potenti siano domani equamente socializzate.
Ma se solidarietà significa domanda di giustizia sociale per tutti e impegno per la trasformazione, sarà opportuno che prestiamo più energie anche a costruire i necessari collegamenti, i coordinamenti, l’unità .
L’unità del movimento è necessaria per acquistare forza e mantenere autonomia, condizioni entrambe fondamentali perché la domanda di democrazia che è nelle sue azioni, avanzi.
Sviluppare il problema del coordinamento e dell’unità è tanto più importante se vogliamo incidere anche sulle regole tradizionali del rapporto poteri-società civile come occorre ribaltare il tradizionale rapporto con il sistema dei partiti politici in questa società così drammaticamente lottizzata.
E’ la base popolare, anche diversamente organizzata, che dovrebbe indicare comportamenti e linee ai partiti, in particolare laddove questi sono gestiti da una dirigenza troppo lontana dai cittadini e dagli stessi iscritti. Sono i cittadini che devono conquistarsi la democrazia attraverso lo strumento che ciascuno ritiene più opportuno (partito, sindacato, associazione, comitato, altro) ma che deve essere sua diretta espressione.
Come associazione abbiamo anche il dovere di stabilire un contatto interlocutorio anche con le organizzazioni sindacali ed i partiti politici ai quali lanciamo una sfida a rinnovarsi, a scendere sul terreno di nuove aggregazioni e momenti di unità, che si possono realizzare se si perseguono obbiettivi concreti e reali, con al centro la persona ed i suoi bisogni.

Per passare al concreto della nostra azione, della nostra presenza in una piccola parte del vastissimo pianeta dell’emarginazione, proponiamo  un ragionamento, facile ma non banale, rivolgendo il pensiero ai minori.
Un enorme numero di bambini, anche in occidente, è discriminato dalla nascita: i bambini dei quartieri periferici, di famiglie povere, senza l’ombra di un servizio e circondati dal degrado ambientale e spesso culturale, oppure i bambini zingari.
Date le loro condizioni di nascita e di vita, il loro futuro è facilmente prevedibile.
Oggi questi bambini muovono la nostra compassione e la nostra pietà. Ma a questi sterili sentimenti non segue la solidarietà, che è piena solo se fattiva.
Poi i bambini diventano grandi e quando li ritroviamo drogati o violenti, o accattoni o ladri, dobbiamo ammettere che quei drogati, quei violenti,  quegli accattoni, quei ladri oggi adulti, sono gli stessi bambini di ieri ai quali la società non ha pagato il loro credito di diritti e opportunità.
E da grandi, quei bambini di ieri, non suscitano né commozione, né pietà: alla negazione iniziale di opportunità, all’iniziale discriminazione, si aggiunge infine, pienamente realizzata e beffarda, l’emarginazione e il disprezzo.
Nella nostra attività abbiamo constatato una diversa simpatia dell’opinione pubblica verso le proposte dell’ASCE: adesione massiccia quando abbiamo trattato di minori, handicappati e anziani; media quando abbiamo parlato di tossicodipendenze; bassa e talvolta ostile quando ci siamo occupati di zingari.
Troppo spesso gli atteggiamenti pregiudiziali e le analisi superficiali dei fenomeni impediscono la loro corretta osservazione, il ragionamento prudente e una condotta positiva.
Attorno a noi c’è una insufficiente educazione civica, una diffusa ignoranza sulle modalità e ancora prima sulle necessità di intervento per recuperare relazioni positive con i soggetti (individui e gruppi) che hanno oggi dei rapporti sociali sfilacciati.

Stiamo quotidianamente verificando che la questione culturale è una vera e propria emergenza, proprio come il lavoro e l’istruzione scolastica.
Quanto più cresce l’insicurezza personale, il pregiudizio, la sfiducia, tanto più aumenta l’individualismo, l’egoismo, la chiusura verso gli altri, la rimozione dei problemi di coscienza, le manovre xenofobe e razziste.
Possiamo e dobbiamo opporci a questa tendenza, cogliendo tutte le occasioni per favorire l’integrazione e la cooperazione, puntando sul fare insieme, sul lavoro organizzato, lo studio e la verifica collettiva.
Gennaio 2013